Cos’è la Datafication e perché se ne parla 

Per datafication si intende tutto il processo tecnologico che trasforma i vari aspetti della vita quotidiana, sociale ed individuale di ogni persona in dati i quali, opportunamente trattati ed analizzati, si trasformano in informazioni dotate di un alto valore, anche economico. 

Si tratta di una delle top 5 tendenze identificate da Forbes come irreversibili e destinate a trasformare nel tempo vari aspetti dell’esistenza quotidiana di tutti noi andando ad influire sulle nostre esperienze. 

Quando si parla di datafication non si fa riferimento solo ai dati anagrafici di ciascuno come nome, recapiti, email, ma anche e soprattutto le informazioni derivanti dai nostri comportamenti, come interazioni sui social, l’uso di hashtag, condivisioni e like, tutti dati che sono informativi dei nostri gusti ed interessi anche dove non li abbiamo esplicitamente espressi. 

Un esempio, sicuramente un’esperienza che è capitato a tutti di vivere, è quella circostanza in cui dopo aver fatto ricerche sui voli per andare in vacanza iniziamo a ricevere indicazioni e consigli su alberghi, ristoranti, luoghi da visitare in prossimità delle zone da noi precedentemente cercate. Dietro a tutto questo, dal punto di vista analitico ci solo i cosiddetti sistemi di raccomandazione, ma a livello più alto questo è un esempio perfetto di datafication: ciò che è accaduto è che i dati delle nostre azioni si sono trasformati in indicazioni sui nostri interessi, utili a scopi commerciali: adesso i vari siti di viaggi ed agenzie sanno che, essendo interessato ad un luogo specifico, possono contare in un ritorno da parte mia quanto più la loro proposta è in linea con i miei interessi. 

Da un lato tutto questo ci fa sentire coccolati, ascoltati, ci aiuta ad avere una buona esperienza e a trovare contenuti interessanti scartando argomenti (o luoghi in questo caso) che non rientrano nella nostra sfera di utilità, dall’altro lato dobbiamo onestamente ammettere che un po’ tutto questo in realtà ci infastidisca, che ci possa far sentire osservati, ma in sostanza si tratta soltanto dell’effetto ottenuto condividendo con il web un interesse specifico. 

Più di ogni altra cosa tutto ciò è sintomo del fatto che i dati sono il nuovo asset aziendale, la chiave di volta dell’economia dell’era digitale e per questo la loro gestione ed analisi mirata è il motore che fa girare il mercato. 

La datafication ed il legame a doppio filo con le normative di gestione dei dati 

Una delle principali questioni legate all’uso dei dati è quella della sicurezza e della privacy. Chi ha accesso alle mie “tracce digitali”? Chi ne garantisce l’uso adeguato?  

Non si può lasciare che i dati, che circolano fin troppo liberamente nella rete, siano a disposizione di chiunque, senza limiti o criteri di controllo. Il caso Cambridge Analytica è uno dei più noti degli ultimi anni, ma non è il solo. 

Con la datafication emerge prepotente la necessità di un sistema di protezione dei dati con precisi obblighi a carico di chi ne diventa il custode. Esempi semplici sono le telefonate indesiderate di telemarketing che riceviamo quotidianamente o la pubblicità che giunge alle nostre mail e nelle nostre cassette della posta: in quest’ottica non è difficile immaginare come una circolazione dei dati non controllata potrebbe influenzare i mercati finanziari e il mondo del lavoro! 

È da queste considerazioni che emerge la crescente attenzione dei legislatori rispetto alla tutela dei dati personali. Parliamo della GDPR, ma anche dei riferimenti alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE e al trattato sul funzionamento della stessa UE, in cui all’Articolo 8 viene stabilito che “ogni persona ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che la riguardano”. 

Alle varie discipline che orbitano intorno all’analisi e all’utilizzo dei dati, oltre a matematica, statistica, economia, adesso, si aggiunge necessariamente anche il Diritto: non si potrà più nascondere la testa sotto la sabbia o far finta di non sapere; adesso tutti i Titolari del Trattamento dei dati devono fare attenzione non solo agli strumenti tecnici, ma anche agli stringenti limiti normativi. 

L’uso dei dati per il bene sociale 

Se da un lato sono valide tutte le precedenti affermazioni in ambito di privacy, non dobbiamo però dimenticare che il confine tra un utilizzo etico e no dei dati non è sempre così netto. Alcuni aspetti ad esempio potrebbero sbilanciare questo equilibrio abilitando un uso etico dei dati per il bene sociale.  

La tutela della privacy sicuramente fa pendere la bilancia verso un uso parco e moderato dei dati utilizzando, ad esempio, tecniche come l’aggregazione e l’anonimizzazione grazie alle quali sono rese disponibili informazioni di comportamento, ma slegate dalla persona fisica con l’obiettivo di permetterne l’uso sociale continuando a garantire il diritto della popolazione a rimanere nell’anonimato. 

Inoltre garantire un uso dei dati trasparente non solo è possibile, ma è consigliato vivamente perché mette le persone in condizione di avere maggiore consapevolezza dell’uso dei dati, inteso come rischi e benefici, quindi poter accrescere la fiducia verso chi li sta gestendo attivando così un circolo virtuoso in cui le persone, meno spaventate, accettano con più serenità di lasciare i propri dati in gestione perché, in cambio, ricevono migliori servizi. 

Datafication: i dati come “moneta di scambio” 

A differenza del legno o del petrolio, sostanze palpabili e naturalmente presenti in natura, i dati hanno la caratteristica di non essere tangibili, non esistono finché un utente li crea (in modo più o meno consapevole). 

Il processo di “acquisizione” dei dati, allo stesso modo, non produce di per sé un risultato tangibile se non quando i dati stessi vengono analizzati e compresi: in quel momento si scoprono le relazioni che li legano e sono questi gli aspetti a partire dai quali si crea valore. Processare un dato, renderlo “intellegibile” è un atto complesso ed è il solo modo per rendere i dati delle vere risorse. 

Grazie alle nuove normative, dalla GDPR in poi, ognuno ha la possibilità di disporre dei propri dati come meglio ritiene. Anche se difficilmente queste potranno coprire tutte le sfaccettature del mondo digitale in continua evoluzione, sicuramente si tratta di un ottimo punto di partenza anche per avviare un processo di autodeterminazione personale, una maggior consapevolezza del valore che hanno i dati quotidianamente creati e magari sensibilizzare sulla questione promuovendo una cultura del dato a livello non solo aziendale, ma anche personale, iniziare a considerare i dati rispetto al loro valore potenziale ed utilizzarli come “moneta di scambio”, ad esempio in cambio di contenuti di interesse, oppure per accedere a servizi personalizzati. In generale avere la possibilità di scegliere come e in cambio di cosa cedere questa “moneta”. 

Oggi sta avvenendo un vero e proprio cambio di paradigma nell’uso dei dati dovuto non solo alle normative comunitarie ( Digital Services Act di Aprile 2022)   ma anche alle scelte prese dai grandi player del settore, basti pensare a Google e alle ultime restrizioni in termini di cookie o l’App Tracking Trasparency introdotta con  iOS 14.5 con la quale sono state introdotte una serie di funzionalità per la privacy e contro la profilazione pubblicitaria che hanno sovvertito le dinamiche del mercato. Un altro elemento fondamentale è l’accresciuta consapevolezza del consumatore rispetto ai propri dati: si inizia ad avere la percezione che rappresentino un patrimonio da custodire ma anche da investire. 

Tutto questo, per chi come noi si occupa quotidianamente di dati, rappresenta una sfida ma anche un’opportunità. Un utente più consapevole, meno stressato da azioni di re-marketing aggressivo, è un utente maggiormente disposto ad ascoltare e a tenere in considerazione l’azienda o il fornitore che deciderà di valutare. È importante quindi lavorare sulla qualità e su un approccio etico rispetto all’utilizzo del dato mettendo sempre di più l’elemento umano al centro.  

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