Live talk: Non voglio mica la Luna!
Ovvero l’arte di aver cura dei clienti. Il vino oggi è emozione, tipicità, autenticità, fiducia. Lo hanno “preteso” i consumatori o sono i produttori che hanno “innovato”? E cosa c’entra questo con la tecnologia IT?
Ne abbiamo discusso lo scorso dicembre insieme al giornalista e sommelier Marco Pozzali e Daniele Dall’Asta. Con loro, abbiamo compiuto un piccolo viaggio tra i vini di soddisfazione e quelli di emozione, tra tipicità ed identità, ricerca dell’originalità e terroir (rigorosamente senza la E finale)… e la scoperta del perché ciò che lega questi temi all’IT è la fiducia e l’aver cura dei clienti è il primo step da fare.
Il consumatore vuole un nuovo legame di fiducia
Oggi si sta creando un circuito virtuoso in cui il consumatore chiede fiducia in un legame più forte al quale il brand è chiamato a “reagire”, a prendersi cura dei clienti.
Negli ultimi anni abbiamo assistito in maniera evidente ad un “cambio stilistico nei vini”, questo è frutto delle nuove esigenze dei consumatori o della capacità di innovazione dei produttori? E di che innovazione stiamo parlando esattamente?
Secondo il punto di vista di Marco Pozzali, il livello dei vini italiani – e quelli del Vecchio Mondo più in generale – si è di molto innalzato e, parallelamente, l’approccio al lavoro, soprattutto di cantina, si è profondamente modificato dal punto di vista delle attrezzature a disposizione e soprattutto della cura e dell’attenzione ai singoli processi enologici. D’altra parte, però, questa stessa strada è facilmente imitabile: la qualità del prodotto è già stata conseguita, tuttavia, da sola non basta più a mettere al riparo dalla concorrenza agguerrita del Nuovo Mondo. Per fronteggiare le nuove sfide, nel tempo, si è deciso di puntare sulla ricerca dell’originalità, piaciuta soprattutto ai wine-makers che, nel corso degli ultimi anni, hanno avuto modo di imprimere sui vini realizzati la propria firma.
Ma sono cambiati i gusti dei consumatori o il cambiamento è stato orientato da produttori lungimiranti?
Oggi è corretto pensare ai vini dividendoli in due grandi categorie: “i vini di soddisfazione e i vini di emozione: per ciò che riguarda i primi, contraddistinti da assenza di difetti, piacevolezza, equilibrio tra tutti i requisiti organolettici, ha sicuramente senso parlare di tipicità: sono infatti pensati per prendersi cura dei clienti, per soddisfare il consumatore per ciò che riguarda la degustazione visiva, olfattiva e gustativa; sono progettati per rispondere al pubblico che ama trovare e riconoscere i vitigni di provenienza, rintracciando con facilità appunto i caratteri tipici delle varietà utilizzate, e in generale per chi vuole cogliere nel vino che assaggia tutti gli elementi facilmente riconducibili al frutto. I secondi sono invece quelli realizzati in terroir dalle potenzialità espressive particolarmente forti; in questi casi, la scelta varietale più opportuna è quella che fa sì che il vitigno impiantato sia un ottimo attore, ovvero che attenui fino quasi ad annullare del tutto la propria riconoscibilità, affinché il vino risulti il riflesso più fedele possibile sia dell’annata di produzione che soprattutto dell’ambiente di provenienza. Tale vino, al di là della piacevolezza immediata, ha il valore aggiunto del fascino, della forte identità conferita appunto dalla non ripetibilità dell’ambiente di produzione, nonché il potere di emozionare perché riflesso fedele di un luogo e di un tempo.
I driver tecnologici
Partendo da queste prime riflessioni, Daniele Dall’Asta, nel corso del Live Talk, ha condiviso con il pubblico le sue riflessioni cercando in quelle di Pozzali il parallelismo con la tecnologia e il digitale.
“L’onda della trasformazione digitale sta accompagnando la vita di tutti noi con una grande quantità di dati che caratterizzano le nostre attività e riducendo sempre di più la differenza tra l’io privato dall’io aziendale”, afferma Dall’Asta. “Usiamo lo stesso device per i post aziendali su Linkedin e le foto del nostro arrosto su Instagram e tutto questo permette di creare un’immagine sempre più precisa di cosa vogliamo e di cosa chiediamo. Questo ci permette di affidare ai nostri brand preferiti un’immagine sempre più precisa di cosa cerchiamo e di avere con loro un collegamento sempre più diretto. La tecnologia, inoltre, è diventata estremamente democratica cioè altamente accessibile sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista economico. Siamo in un momento di grande fermento in cui le aziende possono finalmente attingere a tecnologie e a quantità di dati, i Big Data per capire il mercato, non ipotizzabili o non sostenibili economicamente fino a pochi anni fa. Attenzione però a credere che questi due fattori definiscano il consumatore come un soggetto passivo perché in realtà si sta creando un circuito virtuoso in cui il consumatore chiede un TRUST – un legame di fiducia – sempre più forte al brand e questo è chiamato a reagire, a prendersi cura dei clienti”.
“Il consumatore vuole riconoscersi nel brand, ha bisogno di essere seguito per i gusti che esprime, e noi (aziende del panorama tecnologico) abbiamo la possibilità (e anche la responsabilità) di divulgare la cultura del dato per fare comprendere alle aziende che l’ascolto e la comprensione dei consumatori passa senza dubbio attraverso una efficace azione di raccolta e analisi del dato”, aggiunge Dall’Asta.
Nel corso del Live Talk, Pozzali e Dall’Asta si sono poi confrontati sul “senso” della tipicità, su cosa questo significhi per un vino ma anche per il Marketing “del vino”, e come ascolto, comprensione e misurazione (attraverso l’analisi dei dati) siano i driver per l’innovazione di business, l’innovazione di prodotto e la costruzione di una nuova relazione di fiducia tra aziende e consumatori.
Buona visione!